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I bambini e le emozioni: le tappe di sviluppo delle emozioni primarie e secondarie

I bambini e le emozioni: le tappe di sviluppo delle emozioni primarie e secondarie

I bambini durante la crescita, anche già da molto piccoli, affrontano l’evoluzione e lo sviluppo di tante emozioni  e hanno dentro sé, specialmente agli inizi del loro percorso di vita, sentimenti spesso contrastanti e confusi, che necessitano di una sana comprensione per poterli riconoscere uno ad uno; di conseguenza, il riconoscimento è doveroso anche da parte dell’adulto, dei genitori accanto al proprio figlio, così da per poter guidare il bambino durante le varie tappe che contraddistinguono  il suo sviluppo psicofisico. Distinguiamo qui di seguito, per fasce di età, cosa accade esattamente, nel bambino, man mano che si trova davanti a differenti stati emozionali:

0-12 MESI: si tratta dei primi mesi di vita del neonato, e come ci spiega anche il terapista familiare Steve Biddulph, nel suo testo “il segreto dei bambini felici”, i sentimenti prendono vita, le emozioni cominciano ad affiorare fin da subito e i genitori possono notare svariate modalità di comunicazione ed espressioni di sentimenti. Il bambino molto piccolo, che ancora non sa esprimersi attraverso la parola, usa il pianto le risatine come segnali dei suoi bisogni e  manifesta, dunque, i suoi differenti stati d’animo; sa riconoscere ed interagire efficacemente attraverso le interazioni faccia a faccia; comprende e risponde a delle emozioni  innate ed universali definite primarie o semplici, come la paura, la rabbiala gioia e la tristezza. Queste quattro, sono le emozioni fondamentali per i primi anni di vita del bambino.

2 ANNI: in questo periodo il bambino comprende come ogni emozione sia legata ad un bisogno, un desiderio esaudito o al contrario ad uno stato di non soddisfazione dei suoi voleri e delle sue necessità. Tutto sempre in riferimento alle emozioni primarie.

4-6 ANNI: il bambino capisce che si possono provare emozioni differenti insieme, e che si può addirittura fingere un sentimento, provandone in realtà un altro diverso. Cominciano ad affiorare le emozioni secondarie come la gelosia.

Siamo sicuri che sia gelosia? Conosciamo meglio questa emozione spesso male interpretata

Come già accennato in precedenza, le emozioni semplici fanno parte del bambino fin da subito, essendo appunto emozioni primarie.

Mentre, quando si parla di emozioni secondarie (la vergogna, l’orgoglio, il senso di colpa e la gelosia), non possiamo più definirle semplici ed innate, perché per crearsi hanno bisogno di una capacità e di uno sviluppo cognitivo più raffinato, quello che un bambino molto piccolo, al di sotto dei quattro anni circa, non può avere ancora elaborato.

Le emozioni secondarie, quindi, non sono emozioni automatiche e da sempre presenti ma necessitano, per venire a crearsi, oltre che di una valutazione cognitiva maggiore, data la loro complessità, anche delle influenze dell’ambiente esterno.

In sostanza, essere gelosi da piccoli, ad esempio, è molto difficile se non impossibile, viene spesso indotto da fattori endogeni, parole, frasi o atteggiamenti di chi è vicino al bimbo, che influenzano e fuorviano i suoi pensieri e i comportamenti.

La gelosia è un’emozione di cui si sente parlare solo da un punto di vista, tralasciando l’effettivo significato e formazione di questo sentimento.

Capita spesso infatti sentire genitori, parenti, nonni o chi è più vicino al bambino, dare un’interpretazione tutta particolare a determinati comportamenti dei più piccoli (0-3 anni). Viene distorto ciò che realmente accade al bambino; se un piccolo di circa un anno e mezzo guarda la nonna mentre bacia l’altro nipote, non “leggiamoci” nulla che abbia a che fare con la gelosia e non gridiamo ad alta voce: “É geloso, guardate!!!” travisando il tutto, influenzando il bimbo e pensando che sia un segno d’amore. Il bambino molto piccolo, che osserva gesti affettuosi, è solo curioso, vuole conoscere ed apprendere ciò che accade intorno, per fortuna è solo ammirato dalla dolce effusione, la gelosia non lo sfiora affatto.

La gelosia tra fratelli non sempre è “la regola”: scopriamo perché e come è possibile evitarla 

Giovanni Bollea, il noto innovatore della neuropsichiatria infantile del dopoguerra, nel suo testo “Le madri non sbagliano mai”, dà una prospettiva molto interessante sul sentimento della gelosia, sottolineando come non sia un’emozione certa e scontata,  una tappa prefissata nella crescita dei bambini, soprattutto in presenza di fratelli (da intendersi anche le sorelle).

Ci offre un suo sguardo diverso ma coniugato sempre da un parere competente, evidenziando come sia più forte, tra fratelli, l’amore anziché la gelosia; Bollea dà una lettura differente rispetto alla norma, che invece descrive spesso la gelosia ben presente e quasi un passaggio obbligato, quando si parla di più figli in una stessa famiglia. Quando la differenza di età tra fratelli è minima (tra i venti e trenta mesi circa), il cosiddetto “complesso di Caino” citato dall’autore, ovvero la gelosia tra fratelli, è molto difficile che si manifesti, quindi rarissima.

Si può arrivare ad affermare, quindi, che molto spesso la causa scatenante di episodi di gelosia sia dovuta alla erronea interpretazione dei sentimenti e al comportamento sbagliato dei genitori. Una volta risaliti alle cause, si può arrivare a mettere un freno, oppure conoscendo prima cosa evitare, si può impedire o scoraggiare qualsiasi tipo di sentimento di gelosia o rivalità tra fratelli.

Vediamo, qui di seguito, alcune principali modalità di approccio o atteggiamenti da non attuare per non instillare gelosie, quando siamo in presenza di uno o più fratelli, magari già in età scolastica:

  1. Primo su tutti, da escludere, il paragone in generale tra i fratelli, ognuno è unico e sarebbe totalmente svilente sentirsi, in ambiente familiare, messi a confronto in una specie di competizione o “gara”.
  2. Non preferire, in modo esplicito, un figlio all’altro o farlo intendere anche involontariamente, attraverso una particolare dimostrazione di vicinanza ed empatia.
  3. Evitare in assoluto confronti sulla scuola, su chi è più o meno bravo, pagelle e votazioni a giudizio.
  4. Non utilizzare frasi offensive o paragoni che riguardano la sfera personale, misurare il carattere sottolineando ed elogiando il più dolce, buono e solare, manifestando invece rifiuto per il fratello più schivo o timido, evitando quindi di comprendere meglio le sue caratteristiche o quelle degli altri fratelli.

di Roberta Favorito